La punteggiatura del kudamaf è ridotta a due segni: la cella di pausa, che chiude la frase, e la virgola, che apre una subordinata. Non esiste altro. Non ci sono virgolette, asterischi, parentesi, lineette, punti e virgola; non c’è un segno per il discorso diretto né uno per la citazione. Tutto ciò che nelle scritture terrestri si affida a una selva di segni, qui è affidato alla sintassi o al lessico.

La cella di pausa

Tutte e diciotto le lettere occupano almeno una delle tre linee orizzontali della cella. Una cella senza orizzontali non può quindi essere scambiata per una lettera: è la sola nicchia libera del sistema, ed è lì che si è collocata la pausa.

La cella evidenziata è la pausa. Le quattro varietà si distinguono soltanto per i punti.

fine frasecella vuota
domandaun punto in alto, come in e
esclamazioneun punto in basso, come in u
sospensionedue punti, come in a

I punti sono presi in prestito dalle vocali, con la stessa disposizione: chi legge non impara segni nuovi, ma riconosce in una cella senza linee la posizione del punto che già conosce.

La pausa è a tutti gli effetti una cella del nastro e si comporta come le altre: conta nella misura della riga e può cadere in qualunque posizione, ultima compresa.

La virgola

La virgola è l’unico segno che esce dalla banda delle lettere. Marca l’ingresso in una subordinata e si disegna come una lineetta lunga una cella, posta appena fuori dal nastro e appesa a un’asta corta che parte dal bordo della banda.

La virgola sta sotto se la lettera ha la linea bassa, sopra altrimenti: così resta sempre saldata al nastro.

Non ha livelli e non ha direzione: non dice se si scende o si risale, dice soltanto che qui comincia una subordinata. Il lato non è convenzionale ma dettato dalla lettera su cui si posa — sotto se quella lettera ha la linea bassa, sopra se non ce l’ha — perché il segno deve toccare il nastro e non restare sospeso. Il trattino di inizio parola, se c’è, rimane al proprio posto sulla lettera.

Entrare e uscire

La subordinata si apre con la virgola sulla sua prima parola, e la reggente riprende con un’altra virgola sulla parola con cui rientra. Due virgole di seguito, su due parole consecutive, indicano che la seconda subordinata sta dentro la prima.

Sopra: entrata e uscita da una subordinata. Sotto: una subordinata dentro l’altra.

Una riga che comincia quando la subordinata è già aperta porta la virgola sulla propria prima lettera: il piano si ribadisce a ogni riga, come la chiave a ogni rigo di musica.

Discorso diretto e citazione

Il discorso diretto non ha segni perché non ne ha bisogno: è una subordinata retta dal verbo del dire, alnerat, e la virgola basta a delimitarlo.

La citazione di una parola è affidata al lessico, non alla grafica: si premette un nome che classifica ciò che segue — avamed parola, dardez nome, umamuz titolo, shugeb frase.

Nessun segno: è la parola avamed a dire che suntet va preso come parola e non come uomo.

L’assenza di virgolette è coerente con il resto della pazan. Un segno che dice “quanto segue non va inteso come al solito” introdurrebbe nel nastro proprio quella doppia lettura che la lingua ha passato secoli a togliersi di dosso.