Il kudamaf è la lingua della nazione di Kudamef, che occupa la parte meridionale dell’isola di Solaria. I due nomi vengono dalla stessa radice, kudam, tecnica: -ef indica il territorio, -af la lingua e deriva a sua volta da afar, lingua. Le fonti terrestri usano invece gli esonimi Theknus e theknusiano; per la distinzione fra i due livelli di denominazione si veda Esonimi ed endonimi.

L’iscrizione sull’architrave del Foro delle Arti Tecniche di Kena: tre parole in dieci celle, senza mai staccare la penna.

Il nome che questo popolo dà alla propria terra e alla propria lingua non è una vanteria: è una dichiarazione di metodo. A Kudamef una lingua è considerata un manufatto, e a un manufatto si chiedono le stesse cose che si chiedono a una macchina — che funzioni sempre allo stesso modo, che si possa smontare, che non abbia parti esistenti solo perché sono sempre esistite. Da qui discende tutto il resto: tre sole vocali, nessun accordo, nessun verbo irregolare, una scrittura che è un nastro continuo. E da qui discendono anche i suoi limiti.

Ritratto in breve

Endonimokudamaf
Esonimotheknusiano
NazioneKudamef (esonimo: Theknus), a sud dell’isola di Solaria
Forma di riferimentola parlata di Kena, fissata dalla vepum del Foro delle Arti Tecniche
Suoni3 vocali (a e u), 15 consonanti
Paroleuna radice, tre suffissi: -at verbo, -en aggettivo, -ez avverbio
Verbotre tempi, nessun irregolare, la persona non si segna
Scritturanastro continuo di celle, senza spazi fra le parole
Lessico registrato11.845 voci

Storia

La lingua delle officine

Le forme più antiche del kudamaf appartengono agli insediamenti sorti lungo il Rasha, quando la conca ai piedi del Monte Uruk non era ancora una città ma una successione di mulini, ruote e fucine. Di quella fase restano soprattutto radici brevi e concrete, legate al lavoro e alla materia: rash, la forza che passa attraverso qualcosa e lo modifica; ken, la macchina; uklan, variante arcaica di kudam, da cui il nome antico del paese, Uklanef.

Era una lingua parlata, non scritta, e nelle attestazioni indirette appare molto meno regolare di quella odierna: conosceva forme irregolari, un plurale, tracce di accordo. Nulla di ciò che oggi caratterizza il kudamaf era ancora al suo posto.

Dal disegno alla scrittura

La scrittura non nasce da un’esigenza letteraria ma dal banco da disegno. Nelle officine del Rasha le quote e le istruzioni venivano annotate lungo una banda rigata a tre linee, la stessa che serviva a tracciare i profili: una linea alta, una mediana, una bassa. Le parole scritte su quella banda presero la forma degli oggetti disegnati accanto — segmenti retti, aste verticali, nessuna curva — e ne ereditarono la continuità, perché la penna, come la punta del tracciatore, non si alzava.

È a questa origine che si fa risalire l’inventario dei suoni. Nella cella il punto ha tre stati possibili — in alto, in basso, entrambi — e le vocali sono esattamente tre. Se sia stata la scrittura a ridurre le vocali o le vocali a suggerire il punto è questione discussa da secoli; a Kudamef si risponde, con una certa soddisfazione, che la domanda non ha senso, perché lingua e scrittura sono lo stesso strumento visto da due lati.

La Norma

Quando Kena divenne il centro tecnico dell’isola e il Foro delle Arti Tecniche cominciò a raccogliere progetti, misure e collaudi, la lingua passò da uso comune a strumento di documentazione. Il cambiamento fu profondo: un progetto che si legge in due modi è un progetto che si costruisce in due modi, e nelle officine questo ha conseguenze visibili.

Nacque così la vepum, la norma: l’insieme delle regole che il Foro dichiara valide per la lingua della documentazione, della misura e del progetto. Alla norma si accompagna il susel, il registro delle parole ammesse, custodito nel Distretto della Ricerca insieme ai disegni. Le forme irregolari superstiti furono ricondotte al meccanismo generale, il plurale abbandonato, gli accordi soppressi. Ciò che restò è la lingua che si descrive in queste pagine.

La riforma dei contatti

L’intervento più radicale non riguardò la grammatica ma l’incontro fra i suoni, e arrivò con la scrittura su lastra. Finché si tracciava a penna il lettore poteva farsi aiutare dalla mano di chi aveva scritto; inciso nel metallo, il nastro mostrò un difetto che a voce non si sentiva: sul confine fra due celle l’asta verticale appartiene a entrambe le lettere, e sette configurazioni risultavano identiche a due a due.

Il Foro non lo trattò come una particolarità ortografica da lasciare al contesto. Le combinazioni responsabili furono dichiarate inammissibili dentro le parole e le voci del registro che le contenevano vennero rifatte; per l’unico caso che nessun divieto poteva risolvere — l’incontro fra due parole diverse, che nel nastro continuo si toccano come due lettere — venne introdotto un segno apposito. Da allora nessuna sequenza ammessa dalla lingua può essere letta in due modi, e i divieti che ne risultano sono ancora oggi la parte più rigida della fonotattica.

Le ultime aggiunte

La scrittura si è completata per aggiunte successive, tutte nella stessa direzione: dare un posto dentro il nastro a ciò che prima stava fuori. La cella di pausa ha sostituito lo stacco lasciato alla discrezione del copista; la virgola ha reso visibile l’incastro delle subordinate; le cifre del sistema eptimale sono entrate nella stessa banda delle lettere, perché gli elenchi di misura si leggessero senza cambiare riga né strumento. Con la regola della riga, che impone a ogni riga lo stesso numero di celle, il sistema è considerato chiuso.

Fuori da Kena

Procedendo verso sud e verso la costa la lingua resta la stessa nella struttura ma cambia d’uso: meno terminologia tecnica, più lessico dell’agricoltura, del mare e della vita quotidiana. La grammatica, non avendo accordi né declinazioni, non offre appigli alla variazione: si può cambiare il lessico, non l’ossatura.

A oriente, avvicinandosi al confine con Iridia, il quadro si increspa. Le varietà parlate in quella fascia hanno inflessioni più morbide: la pronuncia perde parte della nettezza consonantica della lingua del nord, e i contatti fra consonanti — proprio quelli che la norma sorveglia con maggiore cura — vi risultano attenuati.

Queste varietà non sono descritte in queste pagine, e non sono state normalizzate. La zona resta bianca, e lascia aperta una domanda che a Kena si preferisce non porre: una lingua fatta per non ammettere ambiguità confina, a est, con parlate che ne ammorbidiscono proprio i tratti più sorvegliati. Se la morbidezza sia una perdita, un adattamento o una risposta, nessuno lo ha stabilito.

Nessuna eccezione

Il tratto che colpisce di più chi arriva da una lingua terrestre è l’assenza totale di irregolarità. Non ci sono verbi da imparare a memoria, non ci sono plurali difettivi, non ci sono generi da ricordare. Una volta note la radice e i tre suffissi, ogni forma di ogni parola è ricavabile. Chi impara il kudamaf non accumula eccezioni: apprende un meccanismo e poi lo applica.

La conseguenza pratica è che il vocabolario non è una lista da mandare a memoria ma un insieme di radici. Il registro riporta soltanto le forme che aggiungono un significato proprio; tutte le altre si costruiscono al momento, e sono comprese anche da chi non le ha mai sentite. È lo stesso principio con cui si progetta un magazzino di componenti standard invece di un catalogo di pezzi unici.

L’ambiguità come difetto di fabbrica

In una lingua naturale l’ambiguità si sopporta e si risolve con il contesto. A Kudamef il contesto è considerato una toppa: una lingua che ammette due letture per lo stesso segno è una lingua costruita male, come un ingranaggio che, con un certo gioco, può innestarsi in due posizioni diverse. È il principio che ha guidato la riforma dei contatti, e che continua a governare ogni voce che entra nel registro.

Economia dei mezzi

Il terzo tratto è l’economia. Tre vocali invece di sette, un solo articolo invece di sei, nessun accordo da propagare lungo la frase. La persona non è ripetuta due volte — sul pronome e sulla desinenza — ma detta una volta sola, dal pronome. Il tempo sta in un suffisso; il modo, l’aspetto e la voce stanno in particelle separate, che si combinano fra loro come pezzi indipendenti invece di fondersi in forme uniche da memorizzare.

Ne risulta una lingua con pochissimi elementi e moltissime combinazioni: la stessa estetica del sistema numerico solariano, dove sette cifre e una regola posizionale bastano a scrivere qualunque quantità.

La domanda che a Kena si rivolge alla Torre dell’Orologio della Porta Orientale. Il giorno solariano ha quattordici ore.

Il rovescio

Sarebbe disonesto presentare tutto questo come una superiorità. Una lingua senza irregolarità è una lingua senza sedimenti: non conserva, nelle proprie forme, la memoria di chi l’ha parlata. Le lingue terrestri raccontano la propria storia attraverso le eccezioni; il kudamaf, a ogni revisione della norma, quella storia la cancella. Delle officine del Rasha restano poche radici e nessuna forma storta.

Che una simile lingua possa reggere la poesia, l’ironia e l’ambiguità volontaria — quella che non è un difetto ma uno strumento — è una domanda che a Kudamef non è ancora risolta, e che i dialetti orientali, più morbidi e meno sorvegliati, sembrano porre in silenzio.

Le voci

  • Fonotattica — quali suoni esistono, come si combinano e quali incontri sono vietati
  • Grammatica — la radice, i tre suffissi, il verbo, la frase
  • Calligrafia — l’alfabeto, il nastro continuo e il trattino di separazione
  • Punteggiatura — le quattro pause e la virgola delle subordinate
  • Cifre — i sette segni del sistema eptimale dentro il nastro
  • La riga — dove si va a capo, la giustezza, l’interlinea

Consultazione

Il lessico completo, un traduttore dall’italiano e un visualizzatore che rende qualunque testo nel nastro si trovano nell’applicazione della lingua.